mercoledì 29 ottobre 2014

Ore 16: festa a Cochabamba

Ci svegliamo nell'infermeria di Japo dopo una notte in cui il meteo si è dato da fare: c'è sole e cielo limpido ma i prati sono bianchi, è nevicato.
Salutiamo la dottora Paola (deve essere cambiato il turno) e  l'infermiera: dai loro occhi "imbogonati" si direbbe che hanno avuto una notte tranquilla. Prima di partire notiamo la targa che dice che el puesto de salud è stato finanziato da Unicef e realizzato da Caritas.

La strada stamattina è particolarmente bastarda: dobbiamo perdere 1600 metri di altezza ma non è discesa! In media ogni due metri che perdiamo ce n'è uno di salita... una tortura cinese. In un tratto di discesa ripida una bottiglia di plastica da due litri di acqua si sgancia accidentalmente a mo' di bomba dalla bici di Dimitri e al contatto con il suolo dà origine ad una fontana impazzita che viaggia ai 65 km all'ora sulla strada e che Alberto, che sopraggiunge a pochi metri, riesce ad evitare per miracolo. Dopo 4 ore di pedalata cominciamo a temere di non riuscire a percorrere tutti i 130 km che ci separano da Cochabamba ma proprio allora inizia la discesa lunga 35 km! Pausa a Parotani dove mangiamo una coscia di pollo con risetto e patata e affrontiamo gli ultimi 40 km in cui il vento contro è debole ma la polvere dei lavori stradali offusca la visione. 
Arriviamo nella periferia di Cochabamba su una comoda avenida a 8 corsie in cui sfrecciamo indiavolati nel traffico. Però siamo due poveri diavoli: ad Alberto si rompe una borsa e a Dimitri si rompe la suola di una scarpa da bici!
Ad un tratto da un pickup un italiano ci offre un passaggio gridando "Ragazzi, qui è pericoloso! Vi tirano sotto! Vi ammazzano"! Rifiutiamo ringraziando garbatamente e proseguiamo!
con Edit e Alfredo
Arriviamo in città e avvisiamo Edit  - la direttrice della Casa Estudiantil di Colomi - che stiamo arrivando. Edit ci darà le chiavi della casa di Cochabamba di Anna Maria Bertoldo fondatrice del Progetto di cui vi parleremo.
Pochi chilometri dopo una sorpresa!
Una rappresentanza delle ragazze della casa sono venute ad accoglierci! Con tanto di manifesti, corone di fiori e canti! Che meraviglia!
A casa di Anna Maria, che possiamo anche ringraziare telefonicamente, c'è un rinfresco per tutti preparato da Cinzia una dottoressa boliviana che ha lavorato per molti anni a Roma e parla perfettamente italiano e da sua mamma (dona Julia). E c'è pure la televisione della città per un intervista!
E non finisce qui! Dopo la doccia si va con Edit da don Alfredo, un ingegnere meccanico in pensione, amico di Anna Maria e Edit, appassionato di cucina che con sua moglie (avvocato boliviano) hanno aperto un ristorante italiano qui a Cochabamba: affettati misti e bigoli fatti a mano dopo un mese e mezzo ci sembrano il paradiso!
Oggi è stata una giornata fantastica di cui dobbiamo ringraziare Anna Maria e Chiara Salvetti che ci ha fatti conoscere!

martedì 28 ottobre 2014

Una tappa disumana finita in guardia medica!


Partenza alle 7, dopo notte insonne per Dimitri (nella bettola i letti erano arcuati come amache, quella di Dimitri era pure dura e quella di Alberto popolata da piccole formiche). Percorriamo a staffetta 65 km fino a Caracollo, dove finalmente lasciamo l'autostrada in costruzione dopo 200 km esatti!
A Caracollo dobbiamo fare rifornimento di acqua e viveri perché i prossimi 190 km sono praticamente disabitati.
Cosi carichiamo 6 litri d'acqua a testa, 4 banane, pane (strasso - qui in Bolivia come in Perù il pane non è un alimento molto curato), una forma di formaggio e un bel sacchetto di patatine fritte che si aggiungono ai cibi liofilizzati che già abbiamo con noi.
Siamo pronti. Si va.
Il peso delle bici sale sopra i 50 km ma la cosa che guasta la festa è che il vento è ripreso: teso, contrario, costante.
Ieri abbiamo fatto 50 km contro vento e ora si ricomincia!
E la strada dopo i primi 30 km di rettilineo comincia a salire e sale, sale, sale. Insomma, non manca niente. Facciamo diverse soste anche ravvicinate. Un dislivello di 700 metri dopo 100 km di cui 30 contro vento con bici da 50 kg è davvero molto impegnativo.
Arriviamo al passo (4500), secondo passo più alto del viaggio, alle 18. Siamo piuttosto cotti. Abbiamo un'ora di luce. Cominciamo la discesa cercando una piazzola a bordo pista dove piantare la tenda ma tutte quelle che troviamo hanno il fondo in roccia e per piantare la tenda ci vorrebbe il trapano.
Ad un certo punto arriviamo a Japo, un paesino microscopico non segnato sulla carta.
C'è un campo da calcio in terra battuta. Nel crepuscolo ci avviamo a piantare la tenda ma un folto gruppo di bambini e ragazzi si raduna a vedere cosa facciamo. Ci spostiamo, loro ci seguono. Non vorremmo avere visite notturne, quindi abbandoniamo l'idea di piantare la tenda lì, almeno fino a quando sarà sceso il buio.
Allora chiediamo a loro se c'è un posto dove dormire. Ci dicono che si può provare alla scuola. Mentre ci dirigiamo verso l'edificio, una signora ci dice che anche al "puesto de salud" si può dormire. Ehi! È la guardia medica! Fantastico! Ci accolgono il medico, l'infermiera e l'autista in una struttura molto bella (in mezzo ai monti a 4200 metri e per 100 persone )! Ci mettono a disposizione una stanza (l'infermeria) con due letti! Chi lo avrebbe mai immaginato!
Sono ormai le 19 passate. Ci sistemiamo, ci prepariamo qualcosa da mangiare... Alberto sperava di fare due chiacchiere con il collega ma alle 20 è già tutto spento e sono tutti a dormire!
Alla fine 135 km, 7 h e 50 min, 1068 m di dislivello con bici stracariche per metà del percorso... una tappa disumana!

lunedì 27 ottobre 2014

Via dalla Grande Ciotola!


Accidenti! Ci siamo addormentati! Sono le 5.45, dobbiamo fare le borse, colazione e prepararci! Alle 6.30 arriva Aurelio che da buon ciclista ci accompagna nella risalita da La Paz a El Alto. Dimitri si trasforma in DisuFast è siamo pronti. La Paz è una grande ciotola dal fondo piano e dalle pareti ripide. Tutta piena di case. Noi partiamo dal fondo e dobbiamo risalire al bordo dove c'è la grande periferia di El Alto. Per farlo o prendi le pareti di fronte con pendenze del 50% o scali in costa. Per noi opzione numero due. Riprendiamo l'autopista che avevamo sceso al nostro arrivo e, respirando le marce basse delle migliaia di auto che passano il lunedì mattina, arriviamo a El Alto in un'ora e 20 di areosol. Lungo il percorso ammiriamo i cartelloni della Entel (la maggiore compagnia telefonica boliviana) con una bambina che guarda verso il cielo e dice: "Tu ci hai insegnato a credere" - "Grazie Satellite Tupac Katari"! Ok per la pubblicità blasfema, ma almeno le linee Entel funzionassero. Abbiamo la scheda Entel sul nostro cellulare e internet non va nemmeno a La Paz centro!
Arrivati ad El Alto salutiamo Aurelio che ci regala mele secche e marmellata e ci fa assaggiare un integratore speciale per i ciclisti boliviani: carne di lama disidratata in cubetti! Niente male!
I successivi 100 e passa chilometri sono "aburridi", noiosi... è tutto un su e giù sull'altopiano senza attrattive (alla fine sono 1000 metri di dislivello). Ma il vero problema è che in realtà pedaliamo su una specie di autostrada in costruzione. In Bolivia si stanno facendo grandi opere pubbliche (che - qualcuno dice - fruttano grandi tangenti), di cui non ci sarebbe proprio bisogno: infatti qui la strada - che pure collega le città più importanti del paese -  è poco trafficata. Noi abbiamo sempre una delle due carreggiate a nostra completa disposizione ma i mezzi con cui lavorano gli operai della strada alzano gigantesche nuvole di polvere. Così arriviamo a Sica Sica dopo 120 e passa chilometri con un bello strato di sedimenti nei polmoni! In paese troviamo alloggio nella peggiore bettola mai incontrata fino ad ora ma almeno la doccia è calda... domani tappa di avvicinamento a Cochabamba, che dista ancora 250 km, con pernottamento in tenda.

domenica 26 ottobre 2014

El camino de la muerte (e ritorno in camion)

Parlando con Aurelio e Anna è emerso che andare da La Paz a Cochabamba passando da nord (facendo il Camino de la Muerte) è impossibile: ci sarebbero sicuramente alcuni fiumi da guadare e 50 km di sabbia nella parte finale del percorso. Inoltre mentre studiavano il percorso per noi, hanno trovato in internet un blog di un cicloturista equadoriano che ha dovuto rinunciare. Dobbiamo passare da sud. Decidiamo allora di fare el Camino de la Muerte scarichi e tornare a La Paz. Vogliamo evitare di farlo con le agenzie turistiche (che ti spennano e ti mettono davanti un ragazzino che ti fa da guida dicendoti a che velocità devi scendere, quando fermarti e dove e a cosa devi scattare le foto).  Allora partiamo in stile "turista fai da te, no Alpitour" alle 7.00 e a tentativi arriviamo a Villa Fatima, il quartiere alto di La Paz da dove partono i mini bus pubblici che portano a Coroico (il paesino dove el Camino finisce). Al volo saliamo su uno che ci carica le bici sul tetto e ci facciamo portate alla cumbre (4600) - la cima della montagna - per scendere con i nostri mezzi a Coroico percorrendo el Camino. Alla cima qui ci bardiamo di tutto punto e scendiamo i primi 30 km di asfalto fino all'attacco del Camino. L'attacco è segnalato da un grande cartello giallo ed è avvolto dalla nebbia che sale lungo i pendii dalla sottostante foresta amazzonica. El Camino de la Muerte è diventato famoso perché è stato dichiarato la strada più pericolosa del mondo in quanto, prima che venisse aperta la nuova strada, qui morivano 200-300 persone l'anno (tra cui 7-8 ciclisti), precipitando negli strapiombi che arrivano anche a 800 metri. La strada è uno sterrato ad una sola carreggiata ma è tutt'ora aperto ad auto, camion e bus nei due sendi di marcia e sul lato sinistro c'è appunto lo strapiombo: quando si incontrano mezzi che viaggiano in senso contrario... la vita è una questione di pochi millimetri.
Il tutto è immerso in una vegetazione rigogliosa che mano a mano che si scende diventa tropicale e a sua volta è avvolta dalla nebbia dei vapori che salgono dalla foresta. Spuntino e via, si inizia la discesa... con molto timore reverenziale! In realtà i 40 km di sterrato non presentano difficoltà tecniche ma la presenza dello strapiombo induce a scendere con prudenza. Noi scendiamo ancora più lentamente perché facciamo molte foto. Il luogo è davvero meraviglioso: il crinale, sempre verde, è rigato da ruscelli che a volte danno origine a cascate. C'è anche una cascata che non arriva a terra perché si disperde in una nuvola di goccioline che vengono portate via dall'aria! Ci sono molte croci, alcune ormai ricoperte interamente dal muschio. Ad un tratto dobbiamo fermarci e Alberto deve soccorrere una  ragazza boliviana che è caduta con la bici a pochi centimetri dal precipizio: ha diverse escoriazioni e abrasioni e una distorsione al polso ma riuscirà a scendere, lasciando a bocca asciutta i 3 avvoltoi che volteggiano alti sopra di noi!
Continuamo la nostra discesa, svestendoci progressivamente perché la temperatura - che alla cumbre era di 11 gradi ora è di 46 gradi al sole - superiamo i punti di raccolta delle agenzie e arriviamo a Yolosa: siamo in piena foresta amazzonica e i bambini che fanno il bagno nudi nelle cascate e due piccoli guadi ce lo confermano. Da Yolosa scendiamo a Yolosita (1200 m - siamo scesi di 3800 metri!), dove ritroviamo la strada asfaltata. Spuntino e carichiamo le bici al volo su un furgoncino guidato da un uomo dai tratti somatici africani (melting pot boliviano!) che ci porta su a Coroico (1800 m) perché a Yolisita i mezzi che vanno a La Paz sono già pieni. Appena arrivati a Coroico, vediamo un camion con la scritta La Paz che si ferma nella piazza e un gruppo di 4 ragazzine che contrattano un passaggio! Se lo fanno loro, potremmo ben farlo anche noi! In un men che non si dica carichiamo le bici nel cassone in legno del camion e ci buttiamo dentro anche noi. Alla fine siamo noi, le 4 ragazzine, una ragazza più grande, un uomo e una donna. Il cassone è aperto superiormente e durante il viaggio, non comodo ma decisamente avventuroso, riusciamo a goderci ancora i panorami di queste splendide vallate. Quando torniamo alla cumbre ci rannicchiamo in un angolo del cassone per difenderci dal freddo ma poi si scende rapidamente a Villa Fatima, dove arriviamo col buio. Alla fine il trasporto per il Camino de la Muerte ci è costato circa 15 euro in due andata e ritorno invece dei 160 euro richiesti dalle agenzie! Ci siamo goduti il percorso senza avere fretta e siamo tornati in camion (ma quando ci capita!). Una giornata perfetta che, dopo essere rapidamente scesi al nostro alloggio a La Paz centro e aver fatto una bella doccia, chiudiamo dal "Lurido", il banchetto di street food, dove ci mangiamo un meritato un doppio hamburger con salchipapa (wurstel con patatine fritte)! Siamo sopravvissuti al temibile Camino de la Muerte si festeggia!

Al Camino de la Muerte (foto)